di Henrik Ibsen
STAGIONE TEATRALE 1981-1982
John Gabriel Borkman
di Henrik Ibsen
Regia di Mario Roat.
Personaggi ed Interpreti:
John Gabriel Borkman - Bruno Pieroni
Gunhild Borkman - Mariella Menestrina
Erhart Borkman - Flavio Tomasi
Ella Rentheim - Gabriella Scalfi
Fanny Wilton - Grazia Bridi
Wilhelm Foldal - Gino Tarter
Frida Foldal - Jole Calabrese
una cameriera - Giuliana Germani
regia: Alberto Uez
scenografia: Paolo Malench
direttore palcoscenico: Tiziano Cappello
datore luci: Marcello Fiorani
effetti speciali: Gianluigi Parmesani
trucco e acconciature: Daria Pisetta
musiche di: Wagner e Saint Säns (nota: sic, Saint-Saëns)
costumi: Sperimentale città di Trento
Nel vecchio e abbandonato « salone di gala » di casa, vive da otto anni in quasi completa solitudine, John Gabriel Borkman, ex direttore di banca.
La stanza del piano di sotto appartiene a sua moglie, Gunhild. Essi vivono nella stessa casa senza mai incontrarsi.
Ella Rentheim, sorella della moglie, che è anche proprietaria della casa, vive altrove. La sera in cui si svolge l'azione porta l'incontro fra queste tre persone, legate fra loro da un passato comune, ma divenute ormai profondamente estranee l'una all'altra.
I colloqui che scaturiscono, ci svelano i veri rapporti fra i personaggi: Borkman aveva rinunciato ad Ella, la donna che amava, per ottenere nella carriera bancaria l'appoggio dell'avvocato Hinkel, che aspirava a sua volta alla mano della donna. Invece di Ella, Borkman sposò Gunhild, pur senza amarla.
Ella disperata aveva rifiutato Hinkel, costui credendo in questo rifiuto di vedere l'influenza di Borkman, si vendicò denunciandolo e facendogli trascorrere 5 anni in carcere per appropriazione indebita.
Ora Ella, la cui malattia mortale risale a quel « trauma psichico » (il tradimento di Borkman) vorrebbe riavere presso di se il nipote per i pochi mesi che le restano da vivere. Ma Erhart abbandona la madre e la zia per seguire la donna che ama.
Alla fine, Borkman, esce dal suo stato di segregazione volontaria, ma non potrà più abituarsi a vivere all'aria aperta; l'evasione dal carcere del passato non lo conduce verso la vita, ma verso la morte. E le due donne, Gunhild ed Ella, che in una sola sera perdono l'uomo amato ed il figlio, si stringono, come « due ombre... sopra un morto ».
Henrik Ibsen nasce nel 1828 in Norvegia. Dopo un'infanzia triste e solitaria scopre dentro di sè, appena ventenne, il germe del teatro. Fin dai suoi primi drammi rompe con le tradizionali opere romantiche allora in auge, scandalizzando i benpensanti e guadagnandosi successo e fama di « rivoluzionario » non tanto per il linguaggio dei suoi personaggi, quanto per il contenuto di novità che vi intravvedono i giovani, stanchi di una borghesia corrotta e tarata.
Dopo aver scritto alcuni lavori non pienamente maturi, iniziano i grandi capolavori: Brand, Peer Gynt, Le colonne della società.
Poi, nel 1879, come una bomba scoppia in tutta Europa: « Casa di bambola », che chiede la liberazione sociale di tutta una metà del genere umano (sulle scene della Germania di allora si deve addirittura modificare il finale a furor di popolo). Seguono fra gli altri: Gli spettri, L'anitra selvatica, La donna del mare, Hedda Gabler, Il costruttore Solness, John Gabriel Borkman, Quando noi morti ci destiamo.
Ibsen è il primo grande esponente di una cultura che disgrega i temi cari nell'Ottocento per portare alla ribalta la vita quotidiana; predomina nella sua drammaturgia il principio che solo chi è moralmente libero è un uomo forte e felice: chi non è arbitro della propria volontà, soccombe ed espia tragicamente le sue varie servitù sociali, morali e psicologiche; ogni eroe ibseniano è spinto inesorabilmente verso la sconfitta e la morte.
Discusso, combattuto, acclamato, citato in tutto il mondo, il poeta poco più che settantenne si piega sotto un colpo apoplettico e offeso nel cervello resta cinque anni pressoché immobile in attesa della morte che giunge nel 1906.
Rifiutato come poeta dai critici dell'epoca, H. Ibsen scrive:
« l'indignazione moltiplica le mie forze. Vogliono la guerra, farò la guerra. Il mio disegno è questo: darmi alla fotografia. Farò passare i miei contemporanei uno per uno, davanti al mio obiettivo ».
Una prima concezione « esteriore » della messa in scena deriva direttamente da questo proposito dell'autore, infatti il chiaro scuro della personalità (che arriva in alcuni punti prossimo alla follia) è messo in rilievo dalla scelta cromatica dei costumi (dal bianco al nero, in diverse combinazioni e gradazioni) dalle luci, dalla scenografia, (presa a simbolo della lotta che la condizione umana, mera pedina, combatte giornalmente) con immagini quasi fotografiche della realtà.
« Internamente » l'opera è stata affrontata come precisione interpretativa e attenzione all'azione reale intima dei personaggi poichè il nuovo assunto di Ibsen è fare opera di poeta tragico, rinunciando al fantasioso, al leggendario ed al mito. Nel comune eloquio borghese scopre le debolezze, le menzogne, i falsi ideali dell'umanità. E' una poesia nascosta, travestita da cronaca, non una poesia della parola ma del « teatro » ed è basata sulla sensibilità e gestualità dell'attore, con il massimo rispetto al testo.