di Giulio Cesare Croce
STAGIONE TEATRALE 1986-1987
La farinella
comedia burlevole di messer Giulio Cesare Croce
Personaggi e Interpreti:
LUI, cantastorie: Mario Pisetta
LELIO: Bruno Vanzo
FLAVIO, suo amico: Flavio Tomasi
ARDELIA, amata da Lelio: Giovanna Tomasi
SILVIA, amata da Flavio: Giuliana Germani
MESSER ZENOBIO, padre di Lelio: Bruno Pieroni
MADONNA PANCRAZIA, madre di Ardelia: Mariella Menestrina
BURASCA, servo di Zenobio: Gianluigi Parmesani
GIANNETTINA, serva di Simplicia: Grazia Bridi
MADONNA SIMPLICIA, vedova: Gabriella Scalfi
CHIAPPINO, ragazzo di Flavio: Mauro Gaddo
STRAMAZZO, facchino: Tiziano Cappello
NOTE TECNICHE E PRODUZIONE:
Regia e Scenografia: Alberto Uez
Pittore scenografo: Vittorio Bellacomo
Direttore di palcoscenico: Alberto Aloisi
Esecuzioni musicali: Ensemble O. von Wolkenstein
Trucco ed acconciature: Daria Pisetta
Costumi: Bridi N. - Giudici - Weber
Calzature e copricapi: Bridi G. - Scalfi
Datore luci: Iole Calabrese
Datore musiche: Manuela Leonardelli
Registrazioni: Studio "33"
Foto di scena: Ferruccio Andreatta
Scritta nel 1609 è un racconto che ha precedenti nella commedia popolare e in quella dotta del Cinquecento e si articola nella freschezza di un saporoso dialogo e scene ben ritmate nelle quali i personaggi si avvicendano e si mescolano in allegra festosità.
Non è dalla battuta ma dal meccanismo delle situazioni che esce il comico. La trama si può infatti sintetizzare nella burla che un giovane tende al padre che non vuole lasciarlo sposare con la ragazza amata; e se il padre avaro è un luogo comune della commedia fin dall'antichità, e se lo sono pure i servi nei loro diversi modi d'esprimersi, si può dire che il Croce li ricrei con una fantasia sempre attenta al reale. Ne è documento Stramazzo che si trova senza rendersene conto in mezzo ad un complicato intrigo e che ha la concretezza dell'uomo che non sa d'astuzie e di raggiri.
Chiappino è invece arguto e capace di sfavillanti giri di parole; accanto gli è Giannettina serva smaliziata e allegramente licenziosa.
Burasca si dà il tono del gradasso, ma le busca da tutti, guadagnandosi un aspro rifiuto alle sue offerte amorose da parte di Giannettina.
Gli ingredienti usuali della commedia ci sono tutti dominati da una visione dove i personaggi si alternano senza un attimo di stanchezza in un copione ove accanto alla lingua cittadina trova posto anche il dialetto.
Nacque a S. Giovanni in Persiceto nel 1550, una città che egli considerò sempre la sua vera patria anche se per vicissitudini familiari dovette spostarsi continuamente.
Non si dedicò mai agli studi per esercitare l'arte di poeta e cantastorie rallegrando dovunque i signori presso i quali, per vivere, faceva il fabbro ferraio.
A venticinque anni smise di fare l'artigiano per dedicarsi completamente alla sua vocazione. Scrisse moltissimi dialoghi, canzoni, epigrammi e commedie che egli stesso vendeva per le strade accompagnandosi con il violino e per questo fu chiamato Giulio Cesare della lira.
La maggior parte delle sue composizioni è ovviamente andata perduta, ma rimangono tuttavia alcune commedie tra cui, la Farinella, il Tartuffo, il Sandrone Astuto, la vivacissima Bernarda, oltre al capolavoro che lo rese famoso: Bertoldo e Bertoldino. In queste opere il Croce ha colto bonariamente tutti gli aspetti tipici e caratteristici della sua gente, usando un linguaggio "naturale" piano e comprensibile fuori dalle convenzioni letterarie del tempo.
Trasse comunque pochissimi profitti dalle vendite delle sue operette e morì nel 1609 a Bologna, lasciando ben quattordici figli.
Nella struttura letteraria del testo è stata introdotta la figura del cantastorie-autore come elemento catalizzante dell’azione; la commedia stessa diviene così una proiezione della sua memoria ed egli ”usa” i personaggi, finché gli servono, per raccontare la vicenda.
Si sono poi voluti evidenziare vari temi all’origine dell’epoca rinascimentale: le vicende d’amore dei giovani (lirismo petrarchesco) contrapposte a quelle dei servi ed agli inganni amorosi dei vecchi ricordanti situazioni boccaccesche; giochi, beffe ed invenzioni proprie della commedia dell’arte messe a contrasto con costumi, balli, musiche dell’epoca e luci improntate al meraviglioso (società cortigiana).
La scenografia, infine, pensata non come struttura involucro ma come trampolino da cui far sgorgare la maggior parte dei valori plastici e musicali dell’azione dell’attore, risulta composta da un fondale dipinto con rappresentata una città rinascimentale stilizzata e da una serie di andatoie e scivoli rivestiti in velluto come simbolo di un’epoca opulenta e sfarzosa.
Si ringrazia l’Ensemble Oswald von Wolkenstein per l’esecuzione delle musiche con strumenti d’epoca.